Cristiano Degni è scrittore, giornalista e professionista della comunicazione politica e istituzionale. Da anni opera nel settore dell’informazione e della strategia comunicativa, occupandosi di temi sociali, civili e culturali, affiancando attività di analisi, racconto e approfondimento. Parallelamente alla sua carriera professionale ha sviluppato un percorso letterario che intreccia saggistica, inchiesta e narrativa, con una particolare attenzione alle dinamiche interiori dell’essere umano e ai processi di trasformazione personale e collettiva. Ha pubblicato il saggio Sul margine dell’anima e il libro-inchiesta Croce Rossa Spa. Con il romanzo Ogni vita e il resto – Una seconda volta per tutti prosegue la sua ricerca narrativa, unendo introspezione, mistero e una profonda riflessione sul destino, sul dolore e sulle seconde possibilità.
🎤 Intervista all’autore di Ogni vita e il resto – Una seconda volta per tutti
- Questo romanzo colpisce per l’intensità emotiva e per la profondità dei temi. Come nasce l’idea di “Ogni vita e il resto”?
- Nasce dall’osservazione quotidiana delle persone e delle loro fragilità. Viviamo in una società che spesso giudica dalle apparenze, dal successo, dal denaro o dall’immagine esteriore, ma dietro ogni volto c’è una storia che raramente conosciamo davvero. Mi ha sempre colpito quanto il dolore possa attraversare tutte le classi sociali, senza distinzione. Volevo raccontare proprio quel momento in cui una persona arriva al limite e si chiede se vale ancora la pena continuare. Da lì è nato Leone Bellori, un uomo che incontra queste fragilità una dopo l’altra e che, nel tentativo di salvare gli altri, affronta finalmente anche le sue.
- Leone Bellori è un antiquario romano che si trasferisce a Civitavecchia. Perché ha scelto questa professione e questo cambiamento di vita per il protagonista?
- L’antiquario è una figura che vive costantemente tra passato e presente, circondato da oggetti che hanno avuto altre vite, altre storie. Mi sembrava perfetto per un personaggio che porta con sé rimpianti, fallimenti e memorie dolorose. Il trasferimento da Roma a Civitavecchia rappresenta una sorta di fuga, ma anche una speranza di rinascita che però inizialmente non si realizza perché Leone viene visto come un semplice rigattiere, gli affari non vanno bene e lui si sente ancora una volta sconfitto. Questo fallimento è importante perché rende il personaggio estremamente umano e vicino al lettore.
- Le ambientazioni hanno un ruolo molto forte nel romanzo. Che importanza hanno Civitavecchia e Roma nella costruzione della storia?
- Sono ambientazioni scelte con grande attenzione. Civitavecchia è una città di mare che racchiude bellezza e durezza insieme come il porto, il lungomare, piazza Leandra, i vicoli che raccontano vite che finiscono e ricominciano ogni giorno. Il mare in particolare è un simbolo costante, rappresenta sia la tentazione della fine sia la possibilità di rinascita. Roma invece è il passato di Leone, il luogo dove tutto è iniziato, dove si trovano le radici del mistero e anche delle sue ferite personali. Ho voluto che questi luoghi non fossero semplici sfondi, ma veri protagonisti silenziosi della storia.
- Uno degli elementi più intriganti del romanzo è il mistero delle banconote che compaiono dopo ogni salvataggio. Come nasce questa idea e cosa rappresenta?
- Volevo inserire un elemento simbolico e misterioso che accompagnasse tutta la narrazione, ma senza trasformare il romanzo in un thriller puro. Le banconote, con le loro date impossibili e gli oggetti che le accompagnano, rappresentano le tracce lasciate dalle vite salvate e dal destino stesso. Sono come un filo che collega Leone ad altri “custodi” che, nel corso della storia, hanno vissuto esperienze simili. Questo mistero serve a portare il lettore a interrogarsi sul senso delle scelte, sulla possibilità che alcune persone vengano chiamate a svolgere un ruolo preciso nella vita degli altri.
- Accanto a Leone troviamo personaggi molto diversi tra loro come Edith e don Pietro. Che funzione hanno all’interno della storia?
- Edith è il lato razionale, scientifico, quello che cerca spiegazioni concrete e che inizialmente guarda con sospetto tutto ciò che non può essere dimostrato. È una donna forte, pragmatica, ma anche profondamente umana. Don Pietro invece rappresenta la dimensione spirituale, il mistero, la saggezza, il destino. Non è un prete stereotipato, ma una figura smaliziata, quasi enigmatica, che attraverso racconti e riflessioni morali accompagna Leone nella sua crescita interiore. Il confronto continuo tra Edith e don Pietro riflette quello che tutti noi viviamo tra ragione e fede, tra logica e senso profondo dell’esistenza.
- Nel romanzo c’è anche una storia d’amore molto intensa con il personaggio di Doriana. Che ruolo ha nel percorso di Leone?
- Doriana rappresenta il sogno, la possibilità, ma anche la ferita più profonda di Leone. È una storia d’amore fatta di incontri quotidiani, di speranze non dette, di promesse mai pronunciate apertamente. Lei gioca con lui senza mai impegnarsi davvero, fino a troncare tutto improvvisamente. Questo crollo sentimentale è l’inizio della vera disperazione interiore di Leone ed è fondamentale per renderlo vulnerabile e pronto ad affrontare il suo cammino. Senza quella ferita, probabilmente non sarebbe stato capace di sentire il dolore degli altri con la stessa intensità.
- Il romanzo è attraversato da molte riflessioni filosofiche e morali. Qual è il messaggio centrale che voleva trasmettere?
- Il messaggio principale è che non si salva il mondo tutto insieme, ma si salva una vita alla volta. E che ogni scelta che facciamo non ci rende più liberi come crediamo, ma più consapevoli. Il destino non è una condanna, è una direzione che possiamo attraversare con rabbia o con comprensione. Ho voluto parlare di dolore non come punizione, ma come trasformazione, e di amore vero come qualcosa che non trattiene, ma libera. Soprattutto volevo raccontare che ogni persona conta, anche quando si sente invisibile o inutile.
- Che tipo di emozione spera rimanga al lettore dopo aver concluso il libro?
- Vorrei che il lettore chiudesse l’ultima pagina con una sensazione di speranza consapevole, non ingenua. Una speranza che nasce dall’aver attraversato il dolore insieme ai personaggi. Mi piacerebbe che si portasse dietro la voglia di guardare gli altri con più attenzione, di non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza, e di credere nelle seconde possibilità.
- A chi si rivolge in particolare “Ogni vita e il resto”?
- A chi ama i romanzi profondi, emotivi, che non si limitano a raccontare una storia ma fanno riflettere. A chi ha vissuto momenti difficili, a chi si è rialzato o sta cercando di farlo. È un libro per chi crede che ogni vita abbia valore e che anche dalle cadute possano nascere nuove strade.
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