LA PACE, MERA ASSENZA DI GUERRA O ALTRO?

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La delusione delle speranze di pace, provocata dai fatti dell’11 settembre e dai fatti bellici che si sono susseguiti dall’Afghanistan, passando per l’Iraq e la Siria, fino all’Ucraina e l’attacco del 7 Ottobre 2023 e la crisi di Gaza, ha spinto a nuove iniziative di riflessione sul tema e Ladispoli si sente pienamente coinvolta. Nel regno della Pax Romana la pace era concepita come vittoria sui popoli che l’Impero soggiogava e proprio in questo contesto storico, in una terra d’Israele sotto l’Impero Romano, Gesù Cristo annunciò una pace diversa, che non ha nulla a che vedere con la pace imposta da Cesare, basata su equilibri politici e militari, simili a quelli stabiliti dalle Nazioni Unite, organizzazione che si è rivelata fallimentare, bensì una pace basata sull’amore a Dio e al prossimo, che mette in discussione ogni logica di contrapposizione. Sin dagli Apostoli, la Chiesa porta avanti l’annuncio della Pax Evangelica, pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante”, i quattro aggettivi con cui Papa Leone l’ha definita nel suo discorso sulla Loggia Vaticana dopo l’elezione. Soprattutto ora in tempo di una “terza guerra mondiale a pezzi” e di smarrimento del senso vero della pace, a causa di un bombardamento ideologico e di una nuova grandeur delle nazioni occidentali, che si presentano come esportatrici di democrazia, siamo di nuovo caduti nella tentazione delle logiche della contrapposizione, nonostante la complessità degli scenari attuali. Ormai confondiamo quello che Papa Francesco definì “anelito della pace” con il pacifismo, che non ha nulla a che vedere con il bene comune, né tantomeno con il Vangelo, gli insegnamenti e la tradizione della Chiesa, piuttosto chiede la pace per quello che fa comodo, per questa ragione Oriana Fallaci definì i pacifisti “grilli canterini e giullari opportunisti”, infatti finché una guerra è portata avanti da capi di stato che non vanno loro bene, allora protestano, esprimendo soprattutto il loro odio verso gli uomini in divisa, che emerge dai loro slogan o dai post su Facebook e altri social media; in caso contrario non si fanno sentire. Il silenzio dei gruppi pacifisti davanti alla minaccia dell’allora Presidente USA Barack Obama di attaccare la Siria nel 2013 (erano gli stessi che avevano protestato contro la guerra in Iraq di George W. Bush 10 anni prima) e la loro richiesta d’invio di armi a Kiev nelle proteste “contro la guerra in Ucraina” dimostrano chiaramente la loro ipocrisia. Coerente con l’Evangelium Pacis, diversamente dai pacifisti, la Chiesa si è sempre schierata contro la guerra e ogni forma di violenza, tuttavia in caso di estremo pericolo, quando è stata esaurita ogni risorsa, la Chiesa ammette anche la possibilità di ricorrere alla difesa armata, con lo scopo di fermare l’aggressore ingiusto; in riferimento al bombardamento americano sulle postazioni dell’ISIS in Iraq e Siria nel 2014, Papa Francesco affrontò quest’aspetto degli insegnamenti della Chiesa nell’intervista con il giornalista Alan Holdren della rete cattolica statunitense EWTN durante il volo di ritorno dalla visita apostolica in Corea. Per scongiurare ogni intervento armato, anche legittimo, i nostri ultimi Papi hanno costantemente promosso ogni sforzo diplomatico, in continuità con il Concilio Vaticano II, che preferì insistere sulla pace fra le nazioni e la costruzione della fraternità, piuttosto che sulla legittima difesa. Ricordiamo la decisa opposizione di Papa San Giovanni Paolo II contro l’aggressione armata all’Iraq nel 2003, quando urlò dal palazzo Apostolico «Mai più la guerra». Nei giorni della guerra fra Israele e Libano del 2006, che scoppiò come reazione al rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, Papa Benedetto XVI esortò le autorità a lavorare per il cessate-il-fuoco e negli anni successivi lanciò numerosi appelli per la fine dei conflitti provocati dalle cosiddette primavere arabe in Siria, Egitto e altre zone. Anche l’urlo di Papa Francesco contro l’attacco internazionale contro la Siria nel settembre 2013 è rimasto nella memoria collettiva e con esso anche la preghiera di Adorazione Eucaristica a P.za San Pietro con il Popolo di Dio, non credenti, agnostici e credenti e capi di altre fedi, che sventò quell’attacco definitivamente. Con quel momento di preghiera, Papa Francesco raccolse pienamente l’eredità del Concilio Vaticano II e fece della fraternità e la pace due pilastri del suo Pontificato, per questo il Papa argentino ci lasciò il tesoro immenso della sua enciclica Fratelli Tutti, un forte invito rivolto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà a impegnarsi per il bene comune in vista di una società fondata sulla pace. Nella sua Caritas in Veritate, Papa Benedetto XVI definisce il bene comune come legame fra il bene del singolo e quello collettivo, al di là di ogni appartenenza, tale legame trova ragione nei “principi non negoziabili”, cioè la sacralità della vita dal concepimento alla naturale fine, la famiglia basata sul matrimonio fra uomo e donna, cellula della società e culla della vita, e la libertà educativa. La veemenza della cultura woke, o della “colonizzazione ideologica”, una minaccia ai valori del nostro vivere civile, c’interpella ancora di più a impegnarci per il bene comune, che significa prendersi cura soprattutto dei più vulnerabili. Per noi cristiani non ci può essere separazione fra la costruzione della pace e la difesa dei principi non negoziabili, anzi, essi costituiscono un’unica realtà, non a caso in qualunque parte del mondo sono i cristiani cattolici i principali organizzatori di eventi di protesta a favore dei principi non negoziabili e coinvolgono cristiani di diverse denominazioni, non-credenti e persone di altre fedi. Una delle maggiori di queste iniziative è la Marcia per la Vita a Washington, che iniziò nell’inverno del 1974 in risposta alla RoevWade, la legge federale del 1973 che liberalizzò l’aborto in tutti gli USA, abrogata il 24 giugno 2022. In seguito altri paesi fecero tesoro dell’iniziativa con risposte immediate di popolo contro nuove leggi pro-morte. In Italia la risposta del popolo non fu poi così immediata, in quanto la prima Marcia per la Vita a Roma si svolse solo nel 2011, diversamente da quella dei vescovi, che istituirono la Giornata Nazionale per la Vita nel 1979, l’anno successivo all’approvazione della 194. Un’altra grande iniziativa è il Family Day a Roma, che ha avuto diverse edizioni, di cui la più importante ebbe luogo il 30 gennaio 2016 al Circo Massimo; in quell’occasione nacque il movimento italiano chiamato “Il Popolo della Famiglia”, fondato da Mario Adinolfi, autore di diversi libri, fra i quali “Contro l’aborto”, “Il grido dei penultimi”, “O capiamo, o moriamo” e “Senza Dio”. In coerenza con i loro propositi, queste manifestazioni si svolgono pacificamente, mostrando rispetto verso tutti, lo vediamo nei momenti di gioia e di festa, ma anche e soprattutto in quelli di preghiera, in cui statue della Madonna o del Sacro Cuore vengono portate in processione. Mentre in altre manifestazioni, anche dichiaratamente contro la guerra, i dimostranti fanno danni dappertutto e aggrediscono le forze dell’ordine, lasciando uno scenario raccapricciante fra vetri rotti, automobili in fiamme, ecc…., com’è successo nelle varie manifestazioni “a favore di Gaza” in questi giorni; le manifestazioni come la Marcia per la Vita e il Family Day invitano pacificamente a un impegno costante e coraggioso, affinché si partecipi, non solo per fare un po’ di festa (c’è anche quella), ma soprattutto per una decisa presa di posizione pubblica nelle parole e nei fatti. In tale prospettiva, la testimonianza del giovane statunitense Charlie Kirk (1993-2025), ucciso da una pallottola per la sua sola “colpa” di aver testimoniato il suo amore alla famiglia, alla vita, ma soprattutto la sua fede in Cristo nel rispetto verso tutti, come dimostrava in tutti i suoi dibattiti in giro per i colleges americani, è un esempio per tutti noi. Da quest’omicidio emerge sempre di più un clima di contrapposizione. Non si tratta più di destra e sinistra, bensì di quelli che sostengono i valori veri e hanno un patrimonio da difendere, come direbbe San Piergiorgio Frassati, e dall’altra parte quelli che vogliono una società secondo una visione puramente ideologica e relativistica, tipica della cultura woke, che non riconosce nulla come definitivo e fondante. Qui risuona la forte e profetica denuncia del Cardinal Giacomo Biffi (1928-2015) contro quella che il porporato chiamò “la cultura del niente”. Se pensiamo che la pace sia meramente assenza di guerra, allora cadremo nello stesso tranello dei pacifisti e dunque cederemo alla mentalità della contrapposizione, in tal caso la guerra diviene l’elemento rilevante, invece non ci deve essere spazio per la guerra, perciò ogni elemento conflittuale e tutto ciò che trasgredisce la legge naturale e danneggia di conseguenza la persona umana e la società va allontanato. Spetta a noi contrastare tutto questo, non con le armi, bensì con una testimonianza “disarmata e disarmante”, che implica un cammino “paziente e perseverante”. Pe noi cristiani questo cammino si chiama “conversione”.

Gian Domenico Daddabbo