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M5S: o cambiare o morire

“Il M5S non perde mai, o vince o impara”! Con questa frase ad effetto Luigi Di Maio, il capo politico dei penta stellati, ha provato a mettere una toppa al pessimo risultato ottenuto alle recenti elezioni europee. Non abbiamo motivo per non credergli, ma siccome il passo antecedente all’imparare dai propri errori è quello di riconoscerli, proviamo insieme ad enunciarne qualcuno, non tutti a causa della brevità dello spazio. Il m5s è nato dalla visione futurista di Gianroberto Casaleggio che riuscì a convincere chi già da tempo, negli spettacoli televisivi e nei teatri, proponeva una visione alternativa delle cose: Beppe Grillo. Ma Casaleggio, come tutti i visionari, soffriva di presbiopia politica: vedeva bene il futuro ma non aveva chiara la visione nel breve periodo. Probabilmente, se non fosse scomparso prematuramente, avrebbe saputo rimediare a questo “difetto di progettazione” del suo movimento, ma ormai la macchina era stata lanciata sul mercato e i suoi ingegneri, in primis il figlio, non si sono dimostrati alla sua altezza. Il difetto consisteva nel pensare che il web avrebbe da subito sostituito quella rete di rapporti umani che sta alla base di qualsiasi fenomeno sociale: forse un domani sarà – temo – così, ma oggi fortunatamente il contatto umano è preponderante, specialmente nelle comunità locali. Probabilmente il m5s che sognava Casaleggio doveva operare esclusivamente come organizzazione nazionale, senza alcun rappresentante a livello territoriale. I tempi dunque non erano maturi ma ormai non ci si poteva tirare indietro, sebbene la struttura del m5s non fosse stata ancora costruita.

Fin quando si rimane all’opposizione si può anche riuscire a nascondere le crepe organizzative, ma quando i primi comuni, compresa la capitale, diventarono penta stellati, ci si accorse drammaticamente di come non sia facile amministrare se non si ha alle spalle una struttura di sostegno: soli contro tutti, gli amministratori locali pentastellati hanno dato il massimo, ma senza un supporto nazionale è difficile non commettere errori.

Nonostante tutto, gli italiani ancora desideravano il cambiamento e così, alle elezioni politiche del 2018, il m5s raggiunge il clamoroso risultato di essere il primo partito. I numeri però non erano sufficienti, per governare occorreva stringere alleanze ma ciò avrebbe minato la “purezza” del m5s. In completa ingenuità hanno creduto che bastasse predisporre un semplice “contratto di governo” per tenere a debita distanza la Lega e il PD. Quest’ultimo, governato ancora dall’ex premier Renzi, ha preferito rimanere sul “divano a mangiare pop corn” lasciando spazio libero alla Lega.

In politica, come in guerra, ci sono solo o alleati o avversari: l’errore di Di Maio, che aveva comunque vinto le elezioni, è stato quello di dare un ruolo paritario a Salvini: è come se un generale vittorioso avesse promosso a suo pari grado un colonnello avversario e si aspettasse da lui fedeltà e obbedienza. Inoltre, ammesso che il posto vicepremier fosse nel pacchetto del contratto, Di Maio avrebbe dovuto prevedere un premier forte, autorevole ed autoritario proprio per impedire sforamenti del suo compagno di viaggio, ma a Luigi evidentemente interessava solo un personaggio che non oscurasse la sua figura.. da qui la scelta di un emerito sconosciuto come Giuseppe Conte.

A memoria d’uomo non ci si ricorda di un neofita della politica che assommi a sé ben quattro ruoli: capo politico, ministro del MISE, ministro del lavoro ed ovviamente vicepremier. L’abnegazione con cui ha svolto i ruoli governativi gli è riconosciuta da tutti, così come di converso l’aver abbandonato gli ideali che stavano alla base del m5s, ossia la partecipazione. Dall’uno vale uno si è passati all’uno vale tutti e quell’uno è lui.

E adesso? Dopo aver avuto la riconferma a capo politico del m5s, tramite un voto elettronico certificato dal suo socio Casaleggio jr, Di Maio si trova davanti ad un bivio: rimettersi in discussione ascoltando la base del movimento o vivacchiare fino a scomparire come hanno fatto negli ultimi anni i vari Mariotto Segni o Antonio Di Pietro. Per il bene della Democrazia speriamo che rinsavisca, anche per non sentire più i rivoltamenti nella tomba di Gianroberto Casaleggio.

Gennaro Martello